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Oggi, a 19 anni, Jakub Menšík giocherà il match più importante di una carriera che in molti pronosticano come luminosa. La cosa più interessante è che lo farà contro un Novak Djokovic che cerca il successo ATP numero 100, sapendo che non avrà ancora tantissime occasioni per farlo.

La finale dell’ATP Miami sfugge persino alla retorica del confronto intergenerazionale, anche se tra i due ci sono più di 18 anni di differenza. Menšík-Djokovic somiglia a un’investitura ufficiale, ma potrebbe anche essere l’ennesima celebrazione di una liturgia che ha avuto innumerevoli vittime sacrificali.

Nole e un 100 che non può aspettare

Già qui parlavamo dell’ennesima – incredibile – resurrezione di Novak Djokovic. La semifinale contro un Grigor Dimitrov stanco, e forse sconfitto già in testa prima di scendere in campo, non ha aggiunto molto a quella riflessione. Di certo, però, Novak Djokovic si gioca oggi un record importante: i 100 tornei ATP vinti in carriera. Davanti ha solo Jimmy Connors a 109 e Roger Federer a 103, dunque non è facilissimo che superi anche in questo “King Roger”, mentre Connors sembra francamente irraggiungibile.

Di sfide all’impossibile, poi vinte, Novak Djokovic ha costellato la carriera. Ma la carta d’identità ha acceso il countdown: ora o mai più.

Jakub Menšík e quel rovescio che incanta

Nel match di semifinale contro Taylor Fritz, la scena si è ripetuta più volte tanto da dare una sensazione di déjà vu: Menšík che lo chiama a rete, o lo costringe comunque a venire avanti con una delle sue variazioni, e poi lo colpisce con un lungolinea di rovescio. Un movimento inusualmente elegante, per il nerboruto tennis odierno, anche perché ricorda un suo nobile connazionale, o quasi.

Miloslav Mečíř, oggi slovacco, nel 1989 era ancora cecoslovacco, giusto qualche mese prima che il muro cadesse. Nel frattempo era caduto il muro dei materiali nel tennis e ormai nessuno usava più le racchette di legno. Nessuno, tranne lui: il “Gattone“, come era soprannominato per le movenze, fu l’ultimo essere umano a vincere un torneo professionistico di tennis con una racchetta di legno, la sua fida Snauwaert Ultimate. Ci riuscì a Indian Wells, tre anni dopo avercela fatta a Miami in un’iconica finale tutta cecoslovacca contro Ivan Lendl, proprio a Miami seppure allora si giocasse a Key Biscayne.

Sono consapevole che paragonando due tennisti di epoche così diverse – per materiali ma soprattutto stili e ritmi di gioco – ci si inoltri sempre su un terreno scivoloso, ma quella postura delle spalle, quel movimento di rilascio così armonico e quel passetto di chiusura con le gambe in torsione perfetta di 45° rispetto al busto, mi hanno fatto tornare indietro di una trentina abbondante di anni.

Qui una piccola dimostrazione di come anche un rovescio bimane possa essere elegante, presa dai quarti di Shanghai 2024 contro Grigor Dimitrov.

Jakub Mensik plays an INSANE final game to reach the Shanghai quarter-finals 👏

Un Berdych senza “P”?

Rovescio a parte, come tipologia di giocatore Jakub Menšík ricorda più un altro suo illustre connazionale, Tomáš Berdych, forse anche perché più vicino come epoca. Oggi coach che fino a poco tempo fa si occupava di un altro ceco interessantissimo come Jiří Lehečka, Berdych era un attaccante che in carriera riuscì a battere tutti i più forti, compresi i Big 3. Eppure, la sua fama era quella del perdente di successo e infatti, in Italia, i più cattivi lo appellavano poco simpaticamente come “Perdych“.

Non sappiamo ancora se quest’ultima caratteristica lo accomunerà a Menšík. L’equilibrio che lo contraddistingue in campo, la naturale tensione verso la vittoria e la qualità che mostra nei punti importanti, fanno propendere verso un “no”. Ma già questa sera ce ne faremo un’idea migliore.