All’indomani dell’uscita dalla Champions League, tra la rabbia per l’esito – sfortunatissimo – della partita di andata e la dinamite pronta a esplodere a Zingonia, dopo lo scambio di battute – rigorosamente a distanza – tra Gasperini e Lookman sul rigore calciato – e sbagliato – da quest’ultimo, l’allenatore piemontese, tra le solite frasi fatte e l’annuncio di formazione ai giornalisti presenti in sala stampa, trovava il modo per rendere l’apparentemente inutile conferenza pre-Empoli forse la più importante dei suoi lunghi otto anni da allenatore dell’Atalanta: “Dobbiamo credere di fare ciò che sembra impossibile. Ho poco tempo per farlo, forse è l’ultima occasione: c’è un inizio e c’è una fine“.
Sono frasi che sarebbero piaciute a J.R.R. Tolkien, perché rimandano ad una dimensione onirica e fiabesca dell’esistenza. Non era forse Gandalf a consigliare a Frodo, pronto alle facili sentenze nei confronti di Gollum, di «impiegare al meglio il tempo che ci è dato», perché non possiamo conoscere né il giorno né l’ora (Mt 25) della fine?
Gasperini, più o meno cosciamente, ha accolto il monito tolkeniano, che in fondo è un monito evangelico: sfruttare al meglio il tempo a disposizione. Solo che Gasperini magari non l’ora, ma il giorno d’addio dall’Atalanta lo sa e sembra averlo confermato con quelle parole. D’accordo, già in passato Gasp sembrava vicinissimo all’addio. D’accordo, c’è sempre tempo per tornare sui propri passi, figuriamoci sulle proprie dichiarazioni. Ma a tutto c’è una fine, Gasp lo ha detto e lo sa. Probabilmente lo avverte anche. Soprattutto, all’età di 67 anni, capisce di non poter più rimandare certe scelte[1]. Quali, per l’esattezza? O, detto altrimenti: esistono delle squadre, e se sì quali sono, dove Gasperini potrebbe andare ad allenare il prossimo anno? Si dà, forse, una terza opzione tra la permanenza (difficile) a Bergamo e l’addio (probabile) per sposare un altro progetto?
IN ITALIA
Appena 24h fa, su Sport Mediaset, usciva una notizia che, se confermata, avrebbe del clamoroso: Gian Piero Gasperini alla Juventus già dalla prossima stagione. Lo scenario è però difficile da credere, almeno per due ragioni: (i) innanzitutto per Thiago Motta, allievo del Gasp (che gli ha rifilato la sua sconfitta più pesante in stagione, uno 0-4 allo Stadium senza appello), che con la Vecchia Signora avrebbe aperto un ciclo, almeno teoricamente, e che ha bisogno di tempo per lavorare al meglio; (ii) in secondo luogo, poi, per Gasperini stesso, che non riusciamo a immaginare in un contesto di questo tipo, dove vincere è l’unica cosa che conta, dove il verbo essere è al presente per una ragione specifica.
L’autore dell’articolo sopra citato, Pepe Ferrario, ha scritto, con toni forse troppo sicuri, che «per rilanciare un progetto sull’orlo del fallimento è solo e soltanto Gian Piero Gasperini. Ora più che mai e soprattutto ora o mai più. Già tante volte il tecnico dell’Atalanta è stato avvicinato, corteggiato, lusingato, forte del suo Dna juventino, di un passato doc, di una antica militanza mai dimenticata». Chissà, forse l’esperienza da allenatore della Primavera e dei giovanissimi bianconeri potrà avere un peso su questa storia, che al momento però è poco più che una voce, semmai una (certo intrigante) suggestione.
Assai più sensate sono altre due strade italiane, per Gasperini. Una è simile, per importanza del progetto e blasone, a quella juventina: parliamo dell’Inter di Marotta, che ancora non sa se Inzaghi rimarrà anche il prossimo anno. Gasperini sarebbe perfetto per i nerazzurri, almeno a livello tattico. Certo, gli antichi malumori allarmano il cuore dei tifosi. Insomma, si tratterebbe per molti di una classica minestra riscaldata. Di quelle buone, senz’altro. Ma con qualche rischio di troppo sul tavolo.
Diverso sarebbe il caso di Gasperini alla Roma. Già quattro anni fa, prima dell’arrivo di Mourinho, il Gasp era dato per fatto ai giallorossi, e Caressa a Sky Calcio Club lo aveva praticamente annunciato in diretta nazionale. Il nervosismo del Gasp alla domanda fatidica del vicedirettore di Sky Sport faceva propendere per la veridicità della notizia. Poi però non se ne fece più nulla, probabilmente – dicono alcuni – per i malumori di qualche giocatore giallorosso, tutt’altro che felice di mettersi a pedalare per un allenatore che fino a quel momento non aveva mai vinto nulla in carriera. Appunto, fino a quel momento. Le cose adesso sarebbero molto diverse, e Ranieri lo ha già fatto intendere. D’altra parte il profilo cercato dai Friedkin corrisponde perfettamente al physique du rôle dell’allenatore atalantino: italiano, preparatissimo, di grande personalità.
IN EUROPA
L’altra ipotesi, tutt’altro che improbabile, è quella europea. Gasperini ha tantissimi estimatori all’estero, e il suo calcio ha ispirato molti allenatori in Premier League. In questo campionato, che offre i migliori atleti del mondo, Gasperini potrebbe davvero diventare ciò che ha già in parte dimostrato di essere: uno dei migliori al mondo.
Occhio però anche alle sirene tedesche. Difficile vederlo al Bayern, per le ragioni di cui sopra parlando di Juventus e Inter, ma attenzione ad altre piazze calde come Borussia Dortmund e Bayer Leverkusen.
A RIPOSO
L’ultima clamorosa opzione, tra Italia ed Europa, è il riposo: un anno sabatico, se non qualcosa in più, per rifocillare le energie – à la Sarri o à la Conte, per intenderci – e tornare più carico di prima. L’ipotesi, difficile per una ragione meramente anagrafica – Gasp, se tornasse dopo un anno, avrebbe già 68/69 anni –, non è però impossibile. D’altra parte, chi lo ha detto che Gasperini vuole solo allenare? E se ci fosse un futuro da dirigente, come Jurgen Klopp ha iniziato a fare con Red Bull lo scorso anno, nei suoi pensieri?
[1] Ciò che fa parte anche del carattere dell’allenatore piemontese. In un bell’articolo scritto su Contrasti qualche tempo fa, Giovanni Guido scriveva: «Una volta usciti non si torna indietro e non per modo di dire. Con modi bruschi, talvolta violenti, e basta andare a rileggersi quella sorta di feuilleton di basso rango che è stato il caso Papu Gomez. Non c’è mistica, in questa storia. Semmai, e parlando di una “dea” pare quasi scontato, accenni di mito, come quello greco di Medea che ammazza i suoi pargoli per vendetta. La vendetta, nel severo mondo di Gian Piero Gasperini, non sembra esserci. Cieca fiducia nel suo metodo di lavoro, descritto come “dittatoriale” da vari suoi giocatori, ex al veleno degli anni d’oro della Dea».